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TECNICHE DI STABILIZZAZIONE CON PAZIENTI SOPRAVVISSUTI AL TRAUMA

20 Gennaio 2023
Tempo di lettura: 3 minuti
<strong>TECNICHE DI STABILIZZAZIONE CON PAZIENTI SOPRAVVISSUTI AL TRAUMA</strong>

TRAUMA E PTSD

Quando parliamo di trauma ci riferiamo ad una violenta ferita con il duplice significato sia di lacerazione che di effetti di tale shock sull’organismo.

Esperienze traumatiche diverse si associano a differenti probabilità di sviluppare un PTSD (Disturbo da Stress Post-Traumatico) perché le conseguenze sugli individui dipendono sia dal tipo che dalla gravità del trauma subito.
Esistono infatti differenti esperienze potenzialmente traumatiche che può vivere un individuo nel corso della vita: ci sono “piccoli traumi” o “t”, che sono esperienze soggettivamente disturbanti caratterizzate da una percezione di pericolo non particolarmente violento (ad esempio un’umiliazione o delle interazioni brusche con delle persone significative durante l’infanzia); ed esistono “grandi traumi” o “T”, che sono quelli che implicano un pericolo di morte o di minaccia dell’integrità fisica propria o delle persone care (ad esempio disastri naturali, abusi, incidenti etc.).

Secondo il DSM-5 (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) per lo sviluppo di un PTSD è necessario:
(DSM-5; APA, 2013)

– Criterio A: essere esposti in modo diretto o indiretto ad un trauma, come la morte reale o minacciata, una grave lesione, una violenza sessuale, oppure se a conoscenza di un evento traumatico violento o accidentale accaduto ad un familiare o ad un amico stretto

– Criterio B: intrusioni correlate all’evento traumatico come ricordi, sogni, flashback. Possono essere accompagnati da intensa o prolungata sofferenza psicologica e reattività a trigger che rimandano al trauma

– Criterio C: evitamento a seguito dell’esperienza traumatica degli stimoli ad essa associati, ossia fattori interni come ricordi, pensieri o sentimenti e fattori esterni come persone, luoghi, conversazioni, attività, oggetti e situazioni

– Criterio D: alterazioni negative di pensieri ed emozioni associate al trauma. Si può ad esempio manifestare amnesia per qualche aspetto importante dell’evento traumatico, sviluppare persistenti ed esagerate convinzioni, pensieri distorti o aspettative negative su se stessi, gli altri, o sul mondo. Si può inoltre vivere uno stato emotivo negativo e provare sentimenti continui di paura, rabbia, colpa o vergogna, si può sperimentare una marcata riduzione di interesse o adesione ad attività significative, mostrare vissuti di distacco o di estraneità verso gli altri o incapacità di provare emozioni positive come felicità, soddisfazione o sentimenti d’amore

– Criterio E: alterazioni significative dell’arousal e della reattività associati all’evento traumatico, come irritabilità ed esplosioni di rabbia, comportamento autodistruttivo, ipervigilanza, esagerate risposte di allarme, problemi di concentrazione, difficoltà relative al sonno

– Criterio F: la durata dei sintomi è superiore ad un mese

– Criterio G: il disturbo causa un disagio clinicamente significativo o una compromissione del funzionamento psico-sociale

– Criterio H: il disturbo non è riconducibile agli effetti fisiologici di una sostanza (come farmaci o alcol) o ad altra condizione medica


A seguito di un evento traumatico, oltre a sviluppare un PTSD, si possono manifestare anche sintomi dissociativi di depersonalizzazione (il sentirsi distaccati da sé come essere un osservatore esterno al proprio corpo) e derealizzazione (il vivere esperienze di irrealtà).

LE TECNICHE DI STABILIZZAZIONE

La stabilizzazione è uno strumento utile per abbassare l'arousal e di conseguenza le condotte impulsive e autodistruttive di pazienti sopravvissuti a un trauma.

E' necessaria nella prima fase del trattamento prima di procedere con la rielaborazione delle memorie traumatiche.

Addentrandosi nei diversi strumenti di stabilizzazione, esistono:

  • L’approccio farmacologico, utile soprattutto nei casi più complessi;
  • L’approccio relazionale/interpersonale, con tecniche di natura interpersonale come contatto fisico e compagnia, oppure il riuscire a mantenere stabili confini chiari e appropriati entro i quali l’individuo rispetta se stesso e l’altro;
  • L’approccio autonomo/regolativo, utile per la persona per riuscire a gestire in autonomia i propri sintomi e le emozioni soverchianti. In questo approccio ad esempio troviamo strumenti utili come la psicoeducazione, gli esercizi di riorientamento, la mindfulness, il grounding, il respiro.

Nel dettaglio, la psicoeducazione è utile per normalizzare i sintomi e le reazioni del paziente spiegando all’individuo anche i meccanismi neurobiologici che vi sono alla base. Gli esercizi di riorientamento e di grounding invece sono utili per riportare il paziente nel qui ed ora, quando si trovi al di fuori della finestra di tolleranza e vi siano sintomi dissociativi. Gli esercizi di centratura servono a recuperare il contatto con il proprio corpo e riprendere l’equilibrio.  

Tra le tecniche di stabilizzazione troviamo anche quelle immaginative che servono al paziente per rientrare nella finestra di tolleranza e abbassare l’attivazione emotiva e fisiologica. Tra queste, una tecnica particolarmente utile è quella del “posto sicuro”, che consiste nell’immaginare un posto in cui l’individuo si senta molto tranquillo, al sicuro e protetto.

Queste sono solo alcune tra le tecniche che il clinico può impiegare per stabilizzare i pazienti e per la cura del trauma, ma è indispensabile ricordare l’utilità di un approccio integrato di più strumenti che mantengano il paziente al centro dell’intervento terapeutico.

Bibliografia

  • Puliatti, M. (2017). La psicotraumatologia nella pratica clinica: interventi di stabilizzazione con adulti, bambini e adolescenti. Roma: Mimesis

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